Biodegradabile e compostabile: le differenze

Sebbene in Italia i numeri della raccolta differenziata, nell’ultimo anno soprattutto, non sano malvagi affatto (basti pensare che per il recupero di imballaggi l’obiettivo fissato dalle direttive europee del 65% entro il 2025, è stato da noi già superato con un 67,5%), ancora si fa confusione tra i concetti di “biodegradabile” e “compostabile”.

È bene, dunque, fare un po’ di chiarezza sul significato di queste due definizioni che non sono affatto sinonimi e il cui utilizzo corretto fa la differenza. Ciò che è biodegradabile, infatti, non è detto che sia anche compostabile.
Un dubbio presente in molti, che si è trasformato in una vera e propria emergenza. Basti pnsare al Trentino Alto Adige dove, se fino all’anno scorso l’impurità del rifiuto umido raccolto si aggirava intorno al 3%, oggi ci avvicina al 10%.
Tutto questo perchè c’è una enorme confusione n merito e si continua a conferire nell’umido sacchetti della verdura, borse della spesa, confezioni di surgelati, piatti e forchette che, sia “biodegradabili” non sono compostabili. Queste bio plastiche, infatti, impiegano mesi se non anni per trasformarsi, tempi non compatibili con le lavorazioni degli impianti anche super tecnologici. E se non si decompone, il materiale continua a girare nell’impianto stesso per anni col rischio di intasare tutto.

Quando un materiale si dice biodegradabile.

Si dice biodegradabile un materiale quando, con l’attività di microorganismi come i batteri o degli agenti atmosferici, si scompone in molecole organiche semplici come acqua, anidride carbonica, metano.

Secondo la la normativa europea EN 13432 del 2002, un prodotto può essere definito biodegradabile se si dissolve del 90% entro 6 mesi.
Il processo di “degradabilità”, quindi, appartiene a tutti i materiali; quello che fa la differenza riguarda i tempi, che possono essere più o meno lunghi e, in alcuni casi, sono davvero lunghissimi. La plastica, ad esempio, impiega centinaia o addirittura migliaia di anni per deteriorarsi, ed è anche costituita da materie prime inquinanti come il petrolio.

Quando un materiale si dice compostabile.

Un materiale è compostabile quando, degradandosi, si trasforma in compost, che si può utilizzare in agricoltura come fertilizzante naturale.
In questo caso, il processo di decomposizione deve avvenire entro 3 mesi e per il suo 90%.

I sacchetti della spesa.

Uno degli oggetti più diffusi nella nostra vita quotidiana è rappresentata dai sacchetti della spesa. Secondo una normativa europea, la UNI EN 13432:2002, questi devono recare la dicitura “biodegradabili e compostabili” e avere almeno un simbolo di uno degli enti certificatori.

Tutte le altre diciture similari non è detto che descrivano un prodotto che sia davvero biodegradabile e compostabile.

È bene inoltre ricordare, quindi, che solo i sacchetti della spesa che riportano questa dicitura possono essere utilizzati per la raccolta dell’organico.
Questi, infatti, si degradano in poche settimane e, conferiti correttamente, vengono trattati negli impianti di compostaggio per essere trasformati in ammendante organico, utile all’agricoltura.

Se invece un sacchetto è biodegradabile ma non compostabile significa che richiede tempi più lunghi per decomporsi rispetto ai rifiuti organici e, di conseguenza, non può essere conferito nell’organico ma va gettato nella raccolta della plastica.

Nel dubbio cosa fare?

Se s hanno dubbi il corretto conferimento di un rifiuto, piuttosto che sbagliare, meglio chiedere al proprio Comune o, nell’impossibilità di farlo, basta scaricare una applicazione per smartphone, come ad esempio Junker, che fornisce indicazioni dettagliate sulla raccolta differenziata ed è molto facile da usare: basta fotografare il codice a barre del rifiuto e, a seconda del luogo in cui ci troviamo, l’app dice in quale bidone cestinarlo.
E per quanto riguarda le shopper della spesa, se dubbi permangono, meglio optare per dei sacchetti di tela, riutilizzabili e a volte davvero fashion.

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